Sira Fatucci
Era il 27 gennaio 2001 e la legge istitutiva del Giorno della Memoria, approvata sei mesi prima all’unanimità, era ancora una novità. In quel primo anno le poche manifestazioni organizzate non ebbero voce forte. Anche l’anno successivo, all’inizio del 2002, le manifestazioni annunciavano di svolgersi in sordina, e i più attenti percepivano il rischio che la legge rimanesse lettera morta. Ma non fu così: in un’intervista ad Amos Luzzatto apparsa sul Corriere della Sera, intitolata “Dimenticato il Giorno della Memoria”, l’allora presidente dell’Ucei lamentò la scarsità di iniziative da parte delle istituzioni. La risposta a quell’articolo fu assai decisa: all’appello risposero in molti e in modo articolato, e da allora è stato un crescendo di manifestazioni e celebrazioni moltiplicatesi anno dopo anno, a ritmo vertiginoso, in tutta la penisola, tanto da far considerare il fenomeno come preoccupante nel timore di un “effetto boomerang” causato da un “eccesso di memoria”.
Nella visione di Furio Colombo, il promotore della legge, l’istituzione di un giorno dedicato alla memoria avrebbe dovuto costituire il punto di partenza per far sì che non si dimenticasse il periodo più tragico del “secolo breve”: una proposta rivolta in particolare alle scuole e mirata alla formazione dei giovani. A dieci anni dalla promulgazione l’obiettivo sembra raggiunto.
Già da quel secondo anno, dopo lo stentato inizio, la risposta sorprendentemente reattiva della cittadinanza, delle istituzioni, dei media e sopratutto del mondo della scuola avrebbe dovuto in qualche modo far presagire i risultati e le conseguenze che si sarebbero prodotti negli anni successivi: la maggioranza degli insegnanti, anche senza direttive specifiche seppe da subito comprendere l’opportunità pedagogica che il parlare di leggi razziali, di Shoah e di intolleranza, poteva rappresentare. Da allora in molti continuano a far proprie le parole di Elie Wiesel, quando afferma “Credo profondamente nell’importanza dell'educazione, nel ruolo delle scuole, nella forza dell'apprendimento, nel ricorso ai libri. Non c'è alternativa allo studio. La formazione delle nuove generazioni è il momento in cui bisogna intervenire per creare gli anticorpi necessari, le difese dal contagio dell'intolleranza (….) È nelle aule che i giovani possono e devono apprendere a non odiare il prossimo”.
Lo Stato ha dimostrato di saper comprendere appieno il valore del Giorno della memoria: sono sempre più numerose ed importanti le celebrazioni che scandiscono la settimana intorno al 27 gennaio, e sono grandi il rispetto e l’onore tributati nelle manifestazioni ai sopravvissuti. Assai significativa risulta anche l’istituzione, coordinata dalla Presidenza del Consiglio, di un comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah.
Ma quali sono le attività programmate per questo Giorno, oltre alle celebrazioni ufficiali che prevedono la partecipazione delle più alte cariche dello Stato? (vedi box di lato) Incontri con testimoni di grande emozione e notevole rilevanza mediatica, conferenze, opere teatrali, mostre documentarie e artistiche aperte alle scuole e alla cittadinanza, presentazioni di progetti, concerti e premiazioni di concorsi, in particolare rivolti ai giovani.
Insomma, sembrerebbe che in Italia si sia sviluppata una memoria prodigiosa. Una memoria ripetitiva forse, ma che comunque costituisce un valore autentico. Dobbiamo solo augurarci che non sia una memoria presto appresa e subito dimenticata, ma che sia invece una memoria che rappresenta anche un monito.
La vera sfida è quella di rendere questa data un giorno senza retorica, lontano dalla liturgia, una ricorrenza che pur nella sua tutelata ripetitività sia in grado di rinnovarsi.
E giova ricordare anche che il Giorno della memoria non appartiene agli ebrei: è un giorno che coloro che ebrei non sono dedicano al ricordo e allo studio di ciò che è stato.
E se il giorno della Memoria potrà avere un senso anche in futuro, sarà quello di operare affinché un lutto così immenso nella portata e nelle proporzioni, una tragedia così immane possa – almeno – servire da monito per il resto dell’umanità. Che possa servire, in particolare attraverso l’educazione delle giovani generazioni, a favorire una cultura della tolleranza e del rispetto, a rendere in una parola l’umanità più umana. Solo in questo caso potremo dire che qualcosa avremo imparato da quella terribile lezione.