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Non esiste pi un quartiere ebraico a Varsavia

È successo solo 50 anni fa
Lo sterminio di sei milioni di ebrei - Alberto Nirenstajn LA NUOVA ITALIA

Il 21 settembre 1939, tre settimane dopo l'invasione della Polonia, Reinhard Heydrich, capo dei servizi di sicurezza del Terzo Reich, indirizzò a tutti i comandanti della polizia di sicurezza un cablogramma che li invitava a concentrare gli ebrei in ghetti chiusi nelle città situate lungo le linee ferroviarie. Già allora i nazisti avevano pronto un piano di sterminio delle popolazioni ebraiche.

La mattina del 2 ottobre 1940 il governatore di Varsavia, Otto Fischer, autorizzò ufficialmente la costituzione del ghetto. Il ghetto doveva essere separato dal resto della città da un alto muro, che sarebbe stato costruito con i fondi della comunità ebraica. La creazione del ghetto fu giustificata con la necessità di "evitare il pericolo di un'epidemia". 450.000 ebrei, cioè più di un terzo della popolazione di Varsavia d'allora, si trovarono così improvvisamente prigionieri in una tragica trappola. Durante i due anni che seguirono, la popolazione del ghetto continuò ad aumentare a causa dell'afflusso di profughi scampati agli stermini effettuati nelle città della provincia di Varsava e raggiunse la cifra di 550.000 unità. Con un sadismo che oggi può apparire incredibile i tedeschi spostavano continuamente i confini del ghetto che fu ridotto alla fine al famoso "Kessel", poche strade divise in settori separati uno dall'altro. Nel periodo iniziale la media degli abitanti nel ghetto era di tredici persone per ogni vano.

Questa massa congestionata di gente soffriva la fame e ne moriva, riempiendo il poco spazio disponibile di cadaveri. La razione mensile di viveri per ogni abitante era di due chilogrammi di pane e di due etti e mezzo di zucchero. A Varsavia, gli abitanti tedeschi avevano diritto a 2130 calorie giornaliere; gli stranieri, sudditi dei governi alleati della Germania, a 1790 calorie; i polacchi a 634; gli ebrei a 184. Diverso era anche il prezzo che le varie categorie di cittadini pagavano in media per ogni caloria: tedeschi: 0,3 zloty; stranieri: 0,8 zloty; polacchi: 2,5 zloty; ebrei: 5,9 zloty.

Gli ebrei denutriti ed affamati dovettero vendere ogni loro avere per procurarsi un po' di cibo alla borsa nera. Le statistiche che si basano sui dati raccolti dalle istituzioni di assistenza sociale e dagli uffici dello Judenrat dicono che solo durante il suo primo anno di esistenza nel ghetto morirono 50.000 ebrei. Dai dati raccolti da un economista ebreo-polacco, Linder, nell'anno 1941-42 lo stato di denutrizione della popolazione del ghetto raggiunse il suo culmine. Il 50% degli ebrei praticamente non mangiavano; il 30% erano semiaffamati e solo il 15 o 20% della popolazione riusciva in qualche modo a nutrirsi. In quest'ultima categoria vanno contati, naturalmente, le spie delle SS, le loro concubine, i grandi affaristi che aiutavano gli imprenditori tedeschi ad accumulare favolose fortune con la borsa nera e con il lavoro schiavistico degli operai e artigiani ebrei; le tenutarie di cabaret e bordelli (è incredibile, ma esistevano e sfoggiavano un lusso orgiastico in mezzo ai mucchi di cadaveri); i proprietari di pompe funebri (le imprese più fiorenti del ghetto).

Per disorientare il più possibile e per distruggere ogni legame di solidarietà fra la popolazione del ghetto, i tedeschi stimolavano il collaborazionismo, che trovò la sua massima espressione nello Judenrat, cioè nell'organo di autogoverno del ghetto. A tale consiglio erano affidati i compiti più abietti, svolti per mezzo del fortissimo corpo di polizia di cui il Consiglio ebraico disponeva, l'"Ordnungsdienst", un vero rifugio di ogni specie di canaglia che pur di salvare la propria pelle eseguiva ogni ordine dell'occupante, compreso quello della deportazione verso i campi di sterminio.

Con questi metodi - fame, miseria, isolamento dal resto del mondo, corruzione collaborazionista - i nazisti raggiunsero in grande parte lo scopo che si erano prefissi: indebolire l'istinto di vita della popolazione, soffocare la spinta alla ribellione e alla lotta. Durante due anni di vita nel ghetto, la maggioranza della popolazione fu portata ad uno stato di esaurimento e di depressione psichica da cui nacquero apatia, passività, rassegnazione.

Nel luglio del 1942 i tedeschi iniziarono la deportazione verso il campo di sterminio di Treblinka. Ogni giorno migliaia di persone venivano incolonnate e fatte salire su treni merci. Incominciava così il loro viaggio verso la morte. L'operazione di deportazione era organizzata da uno speciale Kommando delle SS, trasferito appositamente da Lublino. Nei primi giorni i contingenti ordinati allo Judenrat del ghetto vennero più o meno facilmente raggiunti. Ma dopo, l'operazione divenne una vera caccia all'uomo.

La gente era nascosta nei bunker, nei sotterranei, nelle fogne; echeggiavano dappertutto pianti e grida terrificanti di madri, bambini, spose e figli che, rintracciati nelle loro tane, venivano condotti all'Umschlagplatz (2). Il 20 settembre, quando l'azione fu interrotta, dei circa 500.000 ebrei che nel 1941 abitavano il ghetto ne erano rimasti circa 60.000. Una situazione più o meno simile regnava in tutte le città della Polonia dove erano presenti comunità ebraiche. Per capire la situazione dell'estate 1942, bisogna immaginare le vie delle città, cittadine e dei piccoli paesi polacchi, affollati di lunghi, lugubri cortei di uomini, donne e bambini, scortati inermi in uno dei campi di sterminio. Durante l'estate del 1942 almeno un milione e mezzo di ebrei del General Gouvernment trovò così la morte quasi all'insaputa del mondo intero.

La terribile scossa della deportazione riuscì a fondere finalmente i vari nuclei di resistenza che esistevano nel ghetto e che solo allora si decisero ad accantonare le loro discussioni e dispute su questioni ideologiche e politiche e ad aderire con la fretta dell'ultima ora ad un piano concreto di resistenza e di lotta. Questa decisione fu facilitata dalla delusione definitiva della popolazione del ghetto la quale finalmente capì che lo scopo del nemico era lo sterminio completo di tutti gli ebrei. La deportazione di luglio-settembre 1942 segnò la sconfitta dell'idea collaborazionista inizialmente coltivata dai Consigli ebraici.

"Svegliati popolo e lotta!", dicevano i manifesti dattiloscritti che la resistenza distribuiva sotto il naso dello Judenrat e della polizia ebraica. "Raccogli il coraggio per compiere atti audaci. Non pronunciare più le vergognose parole: siamo tutti condannati a morte. Non è vero! Anche a noi appartiene la vita!. Svegliati popolo e lotta per la tua vita!. Che il nemico paghi con il proprio sangue la vita di ogni ebreo!. Svegliati popolo e lotta! Nella lotta è la nostra salvezza!.".

Nello spirito di questo manifesto si cementò un'unità ideale di tutte le organizzazioni clandestine, dai comunisti ai gruppi liberali. In questo spirito di lotta ad oltranza contro il tedesco, sterminatore del suo popolo, la ZOB (sigla di "Zydovska Organizacja Bojowa", cioè Organizzazione Ebraica di Combattimento) acquistò ben presto le simpatie della popolazione superstite, annullando i residui dell'autorità dello Judenrat troppo compromesso e della sua polizia assassina una volta così onnipotente, compiendo attentati contro i più grossi collaborazionisti e sulle spie delle SS e obbligando chi si era arricchito alla borsa nera a versare finanziamenti. I pagamenti servirono all'acquisto e alla fabbricazione di armi.

Ben presto cominciò un'assidua opera di sabotaggio contro le imprese belliche tedesche dislocate nel ghetto. Per riguadagnare il tempo perduto e per intensificare i preparativi di lotta contro il nemico immensamente più forte la OZB prelevò i suoi combattenti dalle proprie case e li raggruppò in vari centri per averli a disposizione in qualsiasi momento. Negli ultimi mesi che precedettero la rivolta il vero padrone del ghetto di Varsavia era l'Organizzazione Ebraica di Combattimento. Perfino le pattuglie delle SS evitavano di addentrarvisi.

Alla fine dell'anno 1942 il comando delle SS decise lo sterminio definitivo degli ebrei del General Gouvernment. Il piano delle SS prevedeva la rapida liquidazione di tutti i ghetti rimasti e la concentrazione degli ebrei indispensabili allo sforzo bellico in due campi di concentramento, uno a Lublino e uno a Varsavia. Essi sarebbero stati in seguito sostituiti con operai polacchi.

Il ghetto di Varsavia, che con i suoi 60.000 superstiti della grande deportazione dell'estate 1942 continuava ad essere il più grande centro ebraico dell'Europa, figurava al primo posto in questo piano. Nel gennaio 1943 Heinrich Himmler, capo della polizia del Reich, visitò il ghetto. Durante questa visita fu deciso il trasferimento delle fabbriche e degli operai ebrei nel campo di concentramento di Lublino.

Ma dalla grande deportazione dell'estate precedente la situazione era completamente cambiata. Essa era adesso caratterizzata dal rafforzamento della resistenza antinazista in tutta l'Europa e di quella polacca in particolare, in seguito alla disfatta tedesca di Stalingrado e in Africa settentrionale. In conseguenza anche le forze della resistenza ebraica, unite prima nel Blocco Antifascista e successivamente nell'Organizzazione Ebraica di Combattimento, in un periodo di tempo relativamente breve seppero aver ragione dell'inerzia, del disfattismo e della rassegnazione.

Infatti, quando il 18 gennaio 1943 il capo della polizia del distretto di Varsavia mandò nel ghetto le squadre di SS per riprendere la deportazione verso Treblinka e i campi di lavoro forzato, il ghetto rispose con una resistenza armata che durò alcuni giorni, e le SS dovettero rinunciare all'azione, accontentandosi di 6.500 vittime sorprese nelle fabbriche militari.

La "piccola rivolta del ghetto" del gennaio 1943 innervosì e spaventò i tedeschi. Nel breve periodo di tempo che seguì, prima della grande rivolta dell'aprile 1943, Himmler sollecitò i suoi luogotenenti nel General Gouvernment, Krüger e Pohl, a farla finita una volta per sempre con gli ebrei di Varsavia. In una lettera a  Krüger, Himmler spiega l'urgenza di tale passo con ragioni di sicurezza nel Reich, e "perché altrimenti non otterremo mai la quiete a Varsavia".

Alla luce della documentazione tedesca si può affermare che i tedeschi provavano il crescente timore che una sommossa nel ghetto diventasse il focolaio di una rivolta generale in tutta Varsavia e nella Polonia intera. Come dichiarò poi Jürgen Stroop, il generale delle SS che diresse l'azione contro il ghetto in rivolta, al suo processo celebrato a Varsavia nel 1951,"Se fosse scoppiata una rivolta in tutta Varsavia, le nostre forze militari e quelle della polizia non sarebbero state sufficienti a domarla".

L'azione preparata dal capo della polizia del distretto di Varsavia doveva durare tre soli giorni, e doveva essere una delle tante azioni più o meno spietate di deportazione. Himmler invece doveva essersi reso conto delle difficoltà della situazione, se aveva ritenuto necessario affidare l'azione nel ghetto al generale delle SS Jürgen Stroop, mettendo a sua disposizione battaglioni di fanteria e cavalleria, provate unità delle SS, unità del genio e dell'artiglieria, reparti di polizia polacca, ucraina, ecc. Paragonando queste forze con la cinquantina di SS che con il solo aiuto di due reparti di poliziotti ucraini e lettoni erano stati sufficienti per effettuare la deportazione quando nel ghetto c'erano ancora oltre mezzo milione di ebrei, è facile afferrare il grande cambiamento avvenuto durante quei pochi mesi nell'atteggiamento della popolazione del ghetto verso i suoi oppressori.

Jürgen Stroop arrivò a Varsavia il 17 aprile 1943; aveva allora quarantotto anni, e possedeva una lunga esperienza di azioni repressive fra le più spietate, eseguite dalle SS nei vari paesi dell'Europa oppressa.

Il 18 aprile cominciò l'azione delle SS e la rivolta. La confusione e lo sbigottimento dei tedeschi dopo la prima batosta ricevuta dai resistenti è indescrivibile. Il capo della polizia, che nel primo giorno comandava l'azione, appena fuggito dal ghetto insieme a tutti i reparti tedeschi riferì drammaticamente: "Alles ist verloren!"(3). Poi fu senz'altro sostituito dal generale Stroop.

L'importanza e l'entità della rivolta del ghetto di Varsavia risulta anche dai rapporti di Jürgen Stroop, che era tenuto a mandare a Himmler rapporti militari, specie di bollettini di guerra, ogni giorno e perfino due volte al giorno.

Anche Hitler voleva essere tenuto al corrente dell'azione.

È importante sottolineare come sia durata lungamente la resistenza del ghetto. I rapporti giornalieri di Stroop si riferiscono ad un mese intero, dal 18 aprile al 16 maggio. Inoltre, non c'è dubbio che anche dopo l'ultima data erano rimasti ancora dei combattenti ebrei, "uomini delle macerie", che per molte settimane continuarono ad impegnare in combattimento reparti tedeschi assai forti, lasciati, come risulta dal rapporti di Stroop, per sorvegliare il ghetto sotto le macerie.

Un altro elemento che emerge dai bollettini del generale nazista è il grande eroismo del ghetto nella sua lotta disperata, che risulta da questi documenti con maggior efficacia probatoria di qualsiasi altra testimonianza ebraica e filoebraica. È vero che l'aguzzino delle SS adopera il linguaggio sprezzante comune ai nazisti, definendo i combattenti antinazisti e i partigiani in generale come "banditi", "Untermenschen" (sotto-uomini) ecc., ma, suo malgrado, dal rapporto risulta in pieno la grandezza epica della battaglia del ghetto: spiccano le figure delle donne e degli uomini ebrei che insieme ai loro bambini "preferivano buttarsi nelle fiamme che arrendersi a noi", come quelle dei combattenti che sparavano sui loro nemici "con una rivoltella per mano", delle donne combattenti che pur già catturate tiravano fuori le rivoltelle nascoste nella biancheria intima per sparare sui tedeschi e scappare di nuovo nei bunker. Il burocratico e monotono resoconto di Stroop ci offre un quadro unico nella storia, di quell'esercito che sapeva tenere un fronte sotto terra, nelle fogne e nelle gallerie, e che continuò a combattere per oltre un mese in una città tutta macerie, tutta morte, priva di speranza.

La rivolta del ghetto produsse un'enorme impressione sulla popolazione di là dal muro. Ne fa fede la stampa, sia quella legale che quella clandestina di tutte le correnti dell'opinione pubblica polacca di quel tempo, come pure le numerose descrizioni pubblicate in Polonia dopo la guerra. La popolazione polacca  di Varsavia seguì esterrefatta, per giornate intere, il grande mare di fiamme e di fumo che continuava a divampare dal ghetto. C'era qualcosa di apocalittico nella visione di un enorme quartiere della città messo a ferro e fuoco dai più spietati nemici dell'umanità.

La Tribuna della Libertà, un foglio clandestino polacco, il 15 maggio 1943, quando le lotte nel ghetto non erano ancora spente del tutto, scriveva: “Le lotte del ghetto hanno un enorme significato politico, esse sono il più grande atto di resistenza organizzata nei paesi oppressi. Gli ebrei, ancora poco tempo fa così rassegnati, hanno opposto una resistenza che merita loro l’ammirazione e il plauso del paese e del mondo”.

Ma che cosa fece la popolazione polacca per il ghetto in lotta?

L'unica risposta obiettiva a questa domanda è: ben poco. La sinistra comunista  socialista, sì, simpatizzava con i combattenti del ghetto, manifestava la sua solidarietà nella sua stampa clandestina, aiutava le staffette e gli emissari che venivano nella parte ariana per acquistare armi. Fece poi assalire un posto d'artiglieria tedesca che cannoneggiava il ghetto in rivolta, e infine, e questa è l'azione più importante, un reparto dell'"Armata Popolare" negli ultimi giorni della rivolta salvò dalle fogne un gruppo di combattenti, portandoli su un autocarro nelle foreste fuori di Varsavia. Ma sta di fatto che anche questa formazione partigiana fornì ai combattenti del ghetto non più di venticinque fucili (secondo fonti comuniste).

Abominevole addirittura è stato il comportamento dei circoli di destra e dei nazionalisti polacchi che non nascondevano nemmeno la loro soddisfazione per la "soluzione" della questione ebraica in Polonia. L'Armata Nazionale (Armja Krajowa), che era alle dirette dipendenze, per mezzo della "Delegatura", del governo polacco in esilio a Londra, ignorò sistematicamente ogni appello dell'Organizzazione Ebraica di Combattimento per la concessione di aiuti e armi nelle giornate più drammatiche della lotta del ghetto. Alla vigilia dello scoppio della rivolta sconsigliava la ribellione giungendo addirittura alle minacce. Contro questo atteggiamento, decisamente antisemita, dei partiti tradizionali polacchi e dello stesso governo polacco in esilio, che fingeva di ignorare la situazione, portò la sua protesta il rappresentante degli ebrei in seno a questo governo, Szmul Zygelbojm,che si suicidò il 12 maggio 1943. La sua morte non bastò a scuotere la coscienza né del governo polacco, né degli altri governi alleati.

I rapporti di Stroop da Varsavia sono finiti nella cancelleria di Himmler, ma una collezione completa di essi, in copia, rilegata lussuosamente in cuoio, venne rinvenuta dopo la guerra nella villa del generale, in Baviera. Ai rapporti era allegato un album di fotografie, eseguite durante la rivolta. I rapporti e le fotografie furono inseriti nella voluminosa documentazione presentata al processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra nazisti.

Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia.  

Così Jürgen Stroop intitolò il documento sulla "grande azione" che doveva essere il coronamento della sua vita.

Il tribunale distrettuale di Varsavia lo condannò a morte nel luglio 1951. La condanna è stata eseguita.